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University of Toronto · Academic Electronic Journal in Slavic Studies

Toronto Slavic Quarterly

Maria Di Salvo

NOTE SULLA RICEZIONE DELLA TEORIA LETTERARIA RUSSA IN ITALIA


La diffusione e la considerazione che la teoria letteraria russa ha conosciuto in Italia negli ultimi decenni del secolo scorso anche al di fuori degli studi slavistici, sono state per qualche tempo un fenomeno tipicamente italiano, non eguagliato in altri paesi europei o negli Stati Uniti. Un simile successo, oltre che all'interesse intrinseco della ricerca letteraria novecentesca russa, si spiega (lo hanno insegnato a suo tempo i formalisti) prima di tutto con motivazioni autoctone. Con una certa approssimazione si puo dire che negli anni Sessanta si avvertiva una diffusa esigenza di sprovincializzazione e di nuove esperienze nel momento in cui stava esaurendosi il predominio dell'estetica crociana, che per vari decenni era stata autorevole e coerente sistema teorico di riferimento per gli studi letterari in Italia; a sua volta, la critica sociologica di ispirazione marxista (spesso germogliata dalla medesima pianta crociana) si confrontava con nuove tendenze non ortodosse, molte delle quali provenienti dalla Francia. L'edizione italiana, avvenuta in breve arco di tempo, del libro di V. Erlich sul formalismo[1] e dell'antologia I formalisti russi a cura di Tz. Todorov[2] giunse in un momento propizio e rese accessibili agli studiosi in cerca di aggiornamenti teorici le idee-guida e alcuni dei testi più rappresentativi della "scuola formale".

La ricezione delle teorie formaliste si svolse, a mio modo di vedere, secondo due linee principali. Da un lato fu un aspetto del vertiginoso sviluppo e dell'espansione della linguistica, che aspirava ad assumere il ruolo di modello teorico per le scienze umane; le ricerche dei formalisti apparivano come la prima tappa di un percorso che, attraverso il Circolo Linguistico di Praga e l'ulteriore elaborazione negli Stati Uniti, avrebbe portato alla nascita dello strutturalismo. In questo percorso, come del resto suggeriva la ricostruzione di Erlich, era centrale la figura di Roman Jakobson, le cui analisi di testi poetici (fra i quali, nel 1966, un sonetto di Dante, in collaborazione con Paolo Valesio[3]) proiettavano retrospettivamente una luce un po' strabica sul lavoro dei formalisti. Questa interpretazione del formalismo, che privilegiava di gran lunga nel testo letterario il livello dei significanti, lasciando pero da parte le intuizioni, ad esempio, di Jurij Tynjanov (tradotto, anche se in modo insoddisfacente, nel 1968[4]) sulla semantica del linguaggio poetico, ha prodotto (non solo da noi) indagini in qualche caso tautologiche e un po' fini a se stesse sull'orchestrazione fonica e la "poesia della grammatica", che spesso fanno riferimento a una vulgata redatta ad uso polemico, piuttosto che all'effettiva ricerca dei formalisti.

Il riferimento al modello linguistico, inoltre, ispirava una tendenza alla formalizzazione basata spesso su un'autonomia del significante più spesso dichiarata nei manifesti della scuola formale, che effettivamente presente nei lavori da essa prodotti. Mancava, d'altra parte, a molti entusiasti seguaci italiani una conoscenza approfondita dei testi letterari studiati dai formalisti, tale da consentire una piena contestualizzazione delle loro conclusioni. Qualcosa di simile è avvenuto per le ricerche di V. Propp, in particolare per la Morfologia della fiaba[5], che ha contribuito (non solo in Italia) allo sviluppo degli studi narratologici, ma che spesso è stata utilizzata, nonostante l'esplicita messa in guardia dell'autore, nello studio di testi letterari, quasi che le funzioni proppiane non fossero state derivate per via deduttiva dal materiale delle fiabe di magia, ma fossero assiomi di validità universale.

Accanto a questa posizione si segnala quella, meno oltranzista nel ricercare l'applicazione di metodi esatti alla letteratura, di quanti riconobbero nelle idee dei formalisti un approdo teorico in parte affine a quello cui, per altre vie, erano giunti autonomamente e spesso prendendo le mosse dalla lezione crociana. Li accomunava l'attenzione al modo in cui il testo letterario era costruito, ma anche al suo nascere e porsi nei confronti della tradizione, dei generi e della lingua letteraria: in breve, una prospettiva storico-filologica. Mentre la critica era dominata dall'idea crociana dell'individualità e irrepetibilità dell'opera d'arte, all'interno di discipline più specialistiche (stilistica, storia della lingua, filologia del testo) si erano sviluppati approcci attenti al fatto letterario come sistema, al rapporto tradizione-innovazione, alla tensione e allo scarto rispetto alla lingua nazionale da cui nasce lo stile individuale. Studiosi delle letterature di lingua inglese scoprivano affinità fra la critica formalista e il New Criticism, a loro familiare, mentre fra i lettori più attenti e curiosi vi furono italianisti e romanisti cresciuti nell'ambito della critica stilistica o della "critica delle varianti", così caratteristica della tradizione filologica italiana. Fu spesso per loro interessamento che furono tradotti e pubblicati i contributi di V. Šklovskij, Ju. Tynjanov, B. Tomaševskij (meno di tutti, ma non per una scelta pregiudiziale, di B. Ejchenbaum); ma non va dimenticato il ruolo di informazione svolto da una rivista come "Rassegna sovietica", sulle cui pagine si possono leggere anche i lavori dei formalisti sul cinema, i documenti riguardanti la polemica marxista del 1924 contro il metodo formale, molti manifesti teorici russi degli anni Venti, e che ha contribuito a una più corretta contestualizzazione della "scuola formale". Ad un più alto livello scientifico questo compito era stato svolto dal libro di I. Ambrogio[6] che presentava un'ampia panoramica dei nessi fra teoria e prassi letteraria all'inizio del Novecento, insistendo in particolare sull'interpretazione del concetto di "immagine poetica" da Potebnja in avanti.

Alla conoscenza di quanto avveniva nella ricerca letteraria russa hanno molto contribuito alcune case editrici: Einaudi, grazie a un progetto culturale organico e spesso in anticipo sui tempi che si deve alle multiformi competenze di Vittorio Strada, Bompiani, dove già nel 1968 U. Eco con R. Faccani pubblico un'antologia di saggi di linguisti e semiotici di Mosca e Tartu[7], in seguito De Donato, soprattutto per quanto riguarda il circolo di Bachtin. Il caso di Bachtin è emblematico della varietà di successive rifrazioni determinatesi nel contesto della cultura italiana. La sua prima (e a lungo unica) opera tradotta fu quella su Dostoevskij[8], che diffuse l'uso, spesso improprio, del termine "polifonia". Nel saggio non tutti colsero subito la portata innovativa della teoria bachtiniana del romanzo, un aspetto compreso a fondo solo con la pubblicazione, dieci anni dopo, degli studi su epos e romanzo. Nel frattempo, l'interesse si appuntava soprattutto sui concetti di "carnevalizzazione" e "dialogo", entrati ampiamente nel linguaggio critico come comodi passepartout. Non sfuggi pero il significato antiautoritario del dialogismo bachtiniano, anche se, nel contesto della cultura italiana postsessantottina, esso ha talora suggerito un'interpretazione di Bachtin in chiave marxista.

Il ritardo con cui l'Italia ha conosciuto formalismo e strutturalismo ha fatto si che ad essi si sia quasi sovrapposta la penetrazione (precoce, grazie a V. Strada, R. Faccani, M. Marzaduri, poi S. Salvestroni e D. Ferrari Bravo) della semiotica russa. L'attenzione privilegiata che per formazione e per inclinazione gli studiosi italiani rivolgevano all'opera letteraria e alla sua storia li rendeva consapevoli del rischio che la critica diventasse "una macchina meravigliosa ma inutile"[9]; "La critica, scriveva C. Segre nel 1970, ha bisogno dell'apporto della metodologia, ma non deve trasformarsi in metodologia: essa deve essere tanto modesta da subordinarsi al suo oggetto, l'opera d'arte, e tanto superba da credere di poterle ridare almeno in parte vita e significato"[10]. Per questo la semiotica (o, come più spesso veniva chiamata in accordo con la tradizione saussuriana, la semiologia in Italia si è sentita da subito più affine a quella russa, rifuggendo dalle formalizzazioni e dai soverchianti apparati critici e terminologici dello strutturalismo e della semiologia francese. Nella sua onnivora curiosità che abbatteva le gerarchie convenzionali fra i generi, U. Eco aveva incluso nella sua antologia I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico molti saggi che si occupavano di sistemi di segni non verbali e che trasmettevano un'immagine di collaborazione fra specialisti di scienze diverse e di grande vitalità culturale, in sorprendente contrasto con la visione stereotipata di una cultura russa soffocata dall'ideologia sovietica. Gli studiosi di letteratura vi colsero soprattutto la possibilità di allargare il campo della critica, superando artificiose barriere, ma osservando una gerarchia rigorosa: già nel 1970 M. Corti notava che le tematiche di ricerca proprie della semiologia si conciliavano molto bene con l'"aspirazione della cultura italiana a valorizzare in senso storicistico impostazioni di tipo descrittivo, formalistico-strutturale"[11]; per questo stesso motivo seguirono da subito con attenzione gli sviluppi della scuola di Tartu-Mosca, l'ampliarsi del modello di analisi fino all'approdo alla tipologia delle culture.

Gli alfieri di questo orientamento sono stati i filologi e storici della letteratura riuniti intorno alla rivista "Strumenti critici" (nata nel 1966): D.S. Avalle, M. Corti, C. Segre, D. Isella (più defilato), che attraverso la loro attività accademica ed editoriale hanno reso familiari concetti attinti o semplicemente riformulati nel linguaggio della scuola di Tartu. L'abitudine professionale dello storico e del filologo li spingeva a ricercare l'interpretazione corretta delle teorie attraverso una documentazione il più possibile completa (di qui l'enorme quantità di traduzioni, superiore e più tempestiva che negli altri paesi occidentali) e un'indagine accurata della genesi e preistoria del pensiero semiotico russo. Nacque da questa esigenza un volume monografico della rivista (1980), dedicato al problema della Cultura nella tradizione russa del XIX e XX secolo[12], con una introduzione di Avalle densa di pathos autobiografico per la forte identificazione personale con il percorso scientifico che andava esplorando. Questo senso di vicinanza privilegiata trasformò le prime apparizioni in Italia di B. Uspenskij e più tardi di Ju. Lotman (e non so fino a che punto i protagonisti se ne siano resi conto) in eventi seguiti con entusiasmo da una folla di ascoltatori desiderosi di conoscere gli ultimi sviluppi della teoria e di verificare direttamente alla fonte la giustezza delle proprie intuizioni.

Oggi alcune di quelle persone non ci sono più e la frammentazione del panorama critico attuale non consentirebbe forse un orientamento altrettanto concorde: è subentrata una certa stanchezza per l'eccesso di teorizzazioni e molti sono tornati a coltivare il rispettivo campo di studi; eppure quanto detto sopra fa ritenere che la diffusione delle teorie letterarie russe non sia stata solo una delle tante mode esterofile: essa ha lasciato tracce durevoli nella scelta di tematiche e nell'adozione di approcci alla ricerca che erano prima confinati nell'ambito degli studi slavistici.


    Notes:

  1. Il formalismo russo, Milano 1966.
  2. Torino 1968.
  3. R. Jakobson e P. Valesio, Vocabulorum Constructio in Dante's Sonnet "Se vedi li occhi miei" in "Studi danteschi", XLIII, 1966, pp. 7-33.
  4. Il problema del linguaggio poetico, Milano 1968.
  5. Torino 1966.
  6. Formalismo e avanguardia in Russia, Roma 1968.
  7. I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, Milano 1969.
  8. Dostoevskij. Poetica e stilistica, Torino 1968.
  9. M. Corti e C. Segre, La critica e la vita letteraria (consuntivoin forma di dialogo), in I metodi attuali della critica in Italia, Torino 1970, p. 416.
  10. Ivi, p. 414.
  11. Ibid.
  12. Ripubblicato anche in volume a parte col medesimo titolo, Torino 1982.
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